Otto anni e dieci mesi di reclusione è la pena che il pubblico ministero Francesco Lucadello ha chiesto per E.P. il 47enne che tra il 2020 e il luglio del 2023 ebbe una relazione con una ragazza poco più che quattordicenne, di trent’anni più giovane di lui; una ragazzina che per tutta la durata di quella relazione tossica in cui si ritrovò succube di un uomo molto più grande di lei, avrebbe subito violenze fisiche e psicologiche.
Atti persecutori, lesioni, cessione di sostanze stupefacenti e violazione di domicilio, queste le accuse contestate all’uomo e di cui molti tra parenti, amici, forze dell’ordine e occasionali passanti, hanno riferito in aula le circostanze con cui si sarebbero verificati.
Venti gli episodi di violenza fisica riferiti dal maresciallo Cortellessa che su quelle segnalazioni aveva cercato i riscontri; 6 gli accessi al Pronto Soccorso a seguito dei quali però la giovane rifiutava sempre di denunciare l’autore. Altrettanto numerose le richieste di aiuto al 112 che però non portavano mai ad una querela.
“Una testimonianza genuina” secondo il pubblico ministero proprio perchè la giovane non ha mai dimostrato un intento vendicativo o di accanimento esagerando quanto le era accaduto, ma riferendo con estrema sincerità anche episodi meno favorevoli a se stessa, riferendo anche di essere stata poco lucida in svariate occasioni anche a causa dell’assunzione di cocaina che proprio lui le forniva.
Dal primo episodio di violenza alla fine del 2020 all’ultimo il 2 luglio del 2023 e a seguito del quale la giovane decise, dopo vari ripensamenti per timore delle minacce dell’uomo, di sporgere denuncia, gli inquirenti hanno avuto a disposizione un consistente numero di fotografie e referti medici a testimonianza delle lesioni causate dalle botte dell’imputato che la ragazza, temendo l’opposizione dei familiari, aveva detto essere un suo coetaneo.
Schiaffi che lei cercava di coprire con il trucco, capelli tirati, graffi sulla schiena, frattura di un polso e delle costole, un ematoma sulla testa dopo essere stata sbattuta contro il muro, i segni sul collo quella volta che lui cercò di strangolarla col filo di una lampada.
In tutti i modi la madre aveva cercato invano di allontanarla da quell’uomo, ma lei ogni volta tornava da lui, incapace di divincolarsi da quel legame tossico.
Dal canto suo l’imputato si è difeso sostenendo che a lei piaceva essere percossa e che nella maggior parte dei casi si trattava di gesti auolesionistici, facendo riferimento alla fragilità della giovane che in passato aveva tentato gesti anticonservativi. Una circostanza che invece il pubblico ministero ha sottolineato fra le aggravanti contestate all’imputato che non si faceva problemi a picchiarla anche davanti a testimoni e che per due volte violò la misura cautelare del divieto di avvicinamento.
La richiesta di pena è stata condivisa dall’avvocata Marina Mana di parte civile che ha chiesto un risarcimento di 18mila euro.
Per l’avvocato Gallo però l’accusa di atti persecutori a carico del proprio assistito non aveva trovato alcuna conferma nell’istruttoria poiché fra i due la relazione non era mai finita e in nessun modo lei aveva dovuto cambiare abitudini e stile di vita per cercare di sfuggire alle attenzioni indesiderate dell’uomo, anzi era lei che si arrabbiava con i familiari quando questi cercavano di convincerla a lasciarlo.
E le lesioni? Per la difesa la gran parte sarebbero stati gesti autoinferti dalla ragazza che in passato ne aveva già compiuti, “solo uno al massimo due è possibile ascrivere con certezza al mio assistito”, ha concluso l’avvocato chiedendone l’assoluzione.
L’udienza è stata rinviata al 3 giugno per le repliche e la sentenza.




