
(foto Pixabay)
San Lorenzo in Lucina è una basilica antica di Roma che in altre città sarebbe un punto di riferimento artistico rilevantissimo, ma nella capitale finisce con l’essere una chiesa tra le tante, molto vicina alla sede della Camera dei Deputati. Negli ultimi giorni è diventata il centro di una delle molte polemiche politiche italiane, di quelle che bruciano violentemente per pochi giorni prima di essere dimenticate per sempre. Vi si trova infatti un busto in marmo dedicato a Umberto II, decorato
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Abbonati quiL’evento meriterebbe semplicemente un sorriso e una notizia nelle pagine interne di un quotidiano, anche se da noi ha causato dibattito per qualche giorno, con l’intervento delle Belle Arti, del vicariato di Roma e certamente qualche interrogazione parlamentare. A noi può dare lo spunto per una riflessione più laterale sulla vicenda ma più centrale per l’eredità cristiana. Perché la voglia di dare una forma visibile a ciò che non possiamo vedere, Dio compreso, è comprensibile (se poi può diventare un motivo di presa di posizione politica, persino meglio).
Per noi esseri umani la vista è un senso decisamente centrale. Ci sono lingue per le quali “vedere” è un sinonimo di “conoscere”, chi ha direttamente sperimentato un evento è da noi definito “testimone oculare” e ci fidiamo della nostra memoria visiva più di qualunque altra informazione. Ciò che non possiamo “vedere” cerchiamo di esprimerlo con simboli visibili: l’affetto prende la forma di simboli, la dedizione di coppia si concretizza in un anello, le “fedeltà” religiose (o calcistiche, che da noi spesso vengono vissute come fossero fede) sono mostrate da oggetti indossati, colori, amuleti. Persino in una cultura poco simbolica come la nostra, certe realtà esigono di essere esibite, di diventare visibili.
Non siamo i soli. Nella Bibbia a chiedere di “vedere Dio”, in forme diverse, sono tra gli altri Mosè («Mostrami la tua gloria!»: Es 33,18) e il discepolo Filippo («Signore, mostraci il Padre e ci basta»: Gv 14,8). Le due risposte sono significative. A Mosè Dio concede di vederlo dopo il suo passaggio, «perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,19). Mentre a Filippo Gesù risponde che per vedere il Padre basta guardare la persona umana che ha davanti, l’uomo di Nazaret. Risposte diverse ma che in qualche modo si completano e che dovrebbero essere accompagnate da ciò che troviamo all’inizio della Bibbia, dove si afferma che «Dio creò l’uomo a propria immagine e secondo la propria somiglianza» (Gen 1,26-27).
Se insomma l’opera di Dio può essere colta soltanto a posteriori, dopo che Lui è passato, per poter guardare Dio in faccia occorrerebbe guardare gli esseri umani. Su questo Primo e Nuovo Testamento sono concordi. E allora che si ritragga in forme umane Dio, che nessuno ha mai visto (ma Gesù ce lo ha raccontato e spiegato: Gv 1,18), non solo è un aiuto alla nostra immaginazione, ma è anche un aiuto coerente con i dati biblici. Magari, non avrà semplicemente il volto di un potente del nostro tempo, ma dei poveri, affamati, assetati, nudi e incarcerati, come racconta un celebre passo del vangelo di Matteo (Mt 25,31-46). Ma certo, se si vuole vedere Dio, non si può che guardare l’essere umano.
Può darsi che avessero ragione Senofane e Cicerone a dire che se buoi, cavalli e leoni potessero disegnare, farebbero gli dèi a loro immagine, ma senza dubbio la Bibbia non presenta un Dio “totalmente altro” rispetto all’umanità, bensì un riferimento che può costituire il modello di un’umanità piena. Per citare un altro autore antico, un padre della Chiesa, Ireneo: «Gloria di Dio, manifestazione piena della grandezza divina, è l’uomo che vive».[/contenuto_in_abbonamento





