Il numero da cui aveva ricevuto l’sms era sconosciuto ma il messaggio diceva che proveniva dalla sua banca; nel testo veniva avvisato di un pagamento fatto a suo nome e che se non fosse stato lui a disporlo, avrebbe dovuto cliccare sul link che veniva indicato alla fine del testo, e così fece il 75enne cuneese. Subito dopo ricevette una telefonata da una persona che si presentava come consulente della banca: “Non so se per un caso fortunato e perché avesse preso informazioni, ma sapeva che il mio era un conto cointestato; per annullare quell’operazione dovevo fare due bonifici, alla prima ci sono cascato, era un bonifico di 4.900 euro, ma mentre stavo facendo il secondo chiamai per scrupolo da un altro telefono il mio consulente della banca che mi avvisò della truffa e annullò subito il secondo bonifico da 9.000 euro”. L’uomo, che subito dopo andò a sporgere denuncia ai Carabinieri di Cuneo, ha raccontato in aula alla giudice il proprio stato d’animo in quella circostanza: l’allarme destato dall’avviso di un prelievo anomalo dal proprio conto, poi la frase rassicurante dell’interlocutore sul fatto che sapesse che il conto era cointestato, una sensazione di fiducia che lasciò però di nuovo spazio al dubbio su quella strana richiesta di due bonifici e infine la certezza, e con essa la rabbia, di essere stato truffato. In aula ha deposto anche il vicebrigadiere della stazione di Cuneo che aveva svolto gli accertamenti sia sul conto su cui erano finiti i 4.900 euro, un conto aperto on line presso una banca spagnola intestato a C. G., residente in provincia di Napoli e imputato di truffa, e sul telefono utilizzato per contattare il malcapitato e che risultava essere stato attivato in Italia ma intestato a uno sconosciuto, e forse inesistente, cittadino pakistano. Per il pubblico ministero Luigi Dentis, che ha chiesto la condanna a un anno di reclusione e 100 euro di multa, “come spesso accade in processi del genere non avremo mai la certezza sull’identità della persona che parlò al telefono con la parte offesa, ma in questo contesto è irrilevante perché sappiamo con certezza che quei soldi sono finiti sul conto dell’imputato di cui è quindi provata la condotta di concorso nel reato”. Conclusione contestata dall’avvocato d’ufficio dell’imputato il quale ha sottolineato il fatto che nell’istruttoria non fosse emersa alcuna prova del coinvolgimento del proprio assistito nel compimento del reato e per questo ne ha chiesto l’assoluzione quantomeno in forma dubitativa. L’udienza è stata rinviata al 23 febbraio per le repliche e la sentenza.





