Lunedì a Fossano si è concluso il percorso di audizioni dedicato al nuovo Piano socio-sanitario regionale con il territorio. Venerdì scorso la Fondazione Ospedale di Cuneo ha presentato la sua nuova costola di giovani, il “C-Lab”, e soprattutto elencato i progetti fatti, le prospettive e i desiderata del 2026. Un elenco lungo, con due interventi coraggiosi di quelli che contano: la nuova Sala Ibrida multidisciplinare (un regalo all’ospedale e alle sue migliaia di pazienti da più di tre milioni di euro) e il Tomasini Campus, una ristrutturazione del vecchio collegio dei Gesuiti in centro città, per farne un polo per la sanità del futuro, con formazione e spazi per i medici che verranno.
Tre le domande da porsi: per quale sanità cuneese del futuro si progetta tutto questo? La Fondazione sogna in grande ma quale, dove e come sarà l’ospedale di domani? Cuneo sarà in grado di attirare giovani medici in formazione se il suo ospedale non viene potenziato o almeno garantito nelle sue eccellenze? Le scelte sembrano aver relegato Cuneo nel dimenticatoio. Con buona pace di tutta la politica, dalla destra alla sinistra, dal governo regionale a quello del sempre troppo silente Comune capoluogo. Non si levano voci discordanti a rivendicare il ruolo di Cuneo nello scenario della sanità piemontese e in quella provinciale: unico ospedale hub, primo ospedale d’Italia per Agenas, unica azienda sanitaria piemontese da anni con i conti non in rosso, eccellenza in molte specialità con numeri e produttività ad altissimo livello.
Per la Regione, Cuneo non è più, sempre che sia stata negli anni precedenti, nella lista delle priorità. Di nuovo ospedale non si parla più, in balia della sentenza del Tar dopo il ricorso del privato, annunciata per i primi mesi del 2026 ma con la quasi certezza di un prolungamento ad altri gradi di giudizio e dunque a ulteriore tempo, non calcolabile, di attesa. Il grande ospedale hub, riferimento non solo di un’intera provincia, ma di tutto il Sud del Piemonte, si è visto di fatto superare nella progettazione della nuova struttura da altri ospedali minori di territorio, come quello della pianura di Saluzzo-Savigliano. Le voci regionali si sono fatte sentire eccome, mettendo sul banco degli imputati il “metodo Cuneo” per le liste di attesa sul presunto scandalo delle “prenotazioni fittizie”, salvo poi “copiare” il sistema per cercare di far funzionare davvero il nuovo futuro Cup regionale che come cittadini attendiamo da anni.
Cuneo rimane commissariato, con un turn-over di dirigenti. Livio Tranchida, che aveva dato un input del tutto nuovo al Santa Croce e Carle, rimane a Cuneo, ora con un’ulteriore proroga fino al 28 febbraio e magari anche più in là, ma resta con i poteri del commissario: l’ordinaria amministrazione o poco più. È una figura a scavalco con la Città della Salute di Torino, direttore generale del più grande ospedale del Piemonte e terzo ospedale in Italia, e non può avere lo stesso slancio di prima per un’azienda che non è più la sua.
C’è poi il balletto di nomine delle altre figure dirigenziali. Il direttore sanitario Lorenzo Angelone, dopo aver preso in mano tutta la macchina cuneese, ha seguito Tranchida nel suo vecchio ospedale di Torino. L’attuale direttore sanitario Giuseppe Defilippis, senza prospettive sicure per il futuro, dopo aver imbastito il suo lavoro al Santa Croce, potrebbe anche migrare verso una direzione generale, avendone i titoli; il direttore amministrativo Giorgio Rinaldi ha finito il suo mandato; il nuovo direttore amministrativo che inizia oggi il suo mandato, Gabriele Giarola, ex direttore amministrativo dell’Asl di Vercelli, tra i papabili alla direzione generale dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, è ora diretto a Cuneo. Avrà bisogno di tempo per conoscere la realtà cuneese. Un balletto di nomine e mancate nomine, che aumentano l’incertezza, non offrono prospettive di programmazione a medio e lungo termine, non rendono Cuneo un’azienda ospedaliera attrattiva per i manager della sanità. Del clima di incertezza potranno risentirne il piano sanitario, medico e dei servizi ai cittadini.
A fronte di tutte queste decisioni prese altrove la politica locale tace. Prima tutti a vantarsi per il “miglior ospedale di Italia”, ma nel momento delle scelte, nessuno sa esporsi con determinazione nella difesa di un’eccellenza sanitaria, ma soprattutto di un servizio che è patrimonio condiviso, amato e sostenuto dai cuneesi. Un patrimonio storico di oltre 700 anni di vita che la comunità cuneese ha aiutato a crescere e che i cittadini di Cuneo chiedono venga difeso, garantito e migliorato.




