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Mercoledì 24 luglio 2024

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Più armi, più guerra, più affari

Il governo vuole cambiare la legge che regola il commercio delle armi e obbliga alla trasparenza

Cuneo

La Guida - Più armi, più guerra, più affari
Armi (foto Ansa/Sir)

(foto Ansa/Sir)

Per fare la guerra ci vogliono armi. Se le guerre si moltiplicano o crescono di intensità, ci vogliono più armi, più potenti, efficienti e moderne.
Nella sua banalità, il cortocircuito + guerra = + armi, + armi = + guerra, si autoalimenta in una spirale che, nel clima di crescente paura e di caos che stiamo vivendo, coinvolge l’intero pianeta. E come una calamita irresistibile, attrae e brucia enormi quantità di investimenti pubblici, sia nei regimi dittatoriali e imperiali sia nelle democrazie. Produrre e vendere armi è diventato un affare di proporzioni colossali. Che nessuno sembra avere la volontà e il coraggio di interrompere o anche soltanto di mettere in discussione.
È rimasto soltanto papa Francesco a denunciare testardamente lo scandalo delle armi e l’ipocrisia di chi le presenta come la soluzione di tragedie di cui sono invece concausa.
Anche l’Italia si sta pericolosamente calando dentro questo circolo vizioso. Il nostro paese fin dal 1990 si è dotato di una legge, la 185, che regola le esportazioni di armi. Non ne vieta produzione e commercio (anche se all’articolo 1 comma 3 chiede a chi governa di trovare misure per sostenere la conversione a fini civili delle industrie del settore difesa), ma fissa due principi fondamentali. Il primo è che i sistemi di arma prodotti non devono finire a Stati impegnati in conflitti o che violano i diritti umani. Il secondo è l’obbligo di trasparenza: le informazioni di come e dove avviene l’esportazione delle armi devono essere di dominio pubblico.  Pubblica deve essere la lista delle banche che impiegano i soldi dei risparmiatori per finanziare operazioni di vendita di armi. Norme non sempre rispettate. Italiane – per fare due casi noti – erano le bombe che l’Arabia Saudita ha utilizzato contro i civili yemeniti e i proiettili utilizzati dall’esercito del Myanmar nel reprimere le proteste di piazza contro la dittatura militare. E tuttavia norme che hanno permesso alla società civile di mobilitarsi per limitare, ad esempio, l’esportazione delle bombe prodotte in Sardegna verso l’Arabia Saudita. Oppure di cambiare banca quando si è venuti a conoscenza che la propria finanziava il commercio delle armi.  Seppure con dei limiti, fino ad oggi la legge 185 ha funzionato garantendo un certo livello di trasparenza. Quella che a breve potrebbe venir meno per iniziativa dell’attuale governo. Il 21 febbraio scorso il Senato ha infatti approvato una proposta governativa di modifica della legge 185 che rischia di snaturarne gli obiettivi. La proposta prevede l’abolizione dell’ufficio che ha tra le altre cose il compito di contribuire allo studio e alla individuazione di ipotesi di conversione delle imprese nel settore non bellico, e preclude alle organizzazioni della società civile ogni possibilità per segnalare violazioni dei diritti umani nei Paesi destinatari dell’export di armi italiane. Ma soprattutto verrebbe meno l’obbligo di rendere pubblico il dettaglio analitico delle autorizzazioni concesse all’esportazione dei sistemi di arma e delle banche che finanziano tali operazioni. L’obbiettivo dichiarato di semplificare l’export di armi si traduce di fatto in un sostegno alle industrie italiane del settore, a partire dalla Leonardo, che è tra i primi produttori a livello mondiale e protagonista di un mercato in grande espansione.
È contro queste modifiche, già approvate in Senato e ora all’esame delle commissioni Difesa ed Esteri della Camera, con discussione finale prevista a maggio, che si sta mobilitando la rete di associazioni, enti e organismi per la pace, guidati dal coordinamento composto da Banca Etica/Fondazione Finanza Etica, Rete Italiana Pace e Disarmo, Libera. La richiesta è semplice: la legge mantenga l’obbligo di informare i cittadini perché possano conoscere chi nel nostro paese produce armi, dove vengono esportate e quali sono le banche che ne finanziano produzione e commercio. Perché soltanto dalla conoscenza di questi elementi può nascere la consapevolezza dei cittadini su come si muove il mondo delle armi e si può vigilare se chi governa il paese persegue davvero l’impegno a trasformare le fabbriche di armi in produzioni ad uso civile. Che è il cuore della legge 185.
Si dirà che è da ingenui credere che senza armi ed eserciti sia possibile garantire sicurezza e libertà ad un Paese e ai suoi cittadini. L’obiezione ha certamente un solido fondamento nel mondo in cui viviamo, che esige politiche di difesa più puntuali e impegnative tanto per l’Italia che per l’Europa se non si vuole finire sopraffatti. Ma non è un’obiezione che possa giustificare gli enormi investimenti in armamenti distruttivi e la quasi totale assenza di investimenti nella diplomazia di pace e, più ancora, nel ridurre le disuguaglianze sociali che stanno all’origine di tutte (o quasi) le guerre. Per un paese democratico è inaccettabile che una legge non obblighi alla trasparenza delle azioni. Meno che mai quando si tratta di produzione e commercio delle armi e della finanza che li sostiene.

 

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