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Lunedì 22 aprile 2024

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Rsa: “Prendiamo il coraggio di riportare quel che resta della vita, e non il rischio di morte, al centro”

Lettera aperta al Ministro della Salute ed ai Direttori Generali della programmazione Sanitaria e della Prevenzione Sanitaria

La Guida - Rsa: “Prendiamo il coraggio di riportare quel che resta della vita, e non il rischio di morte, al centro”

Cuneo – Il 30 novembre scorso il Ministero della Salute ha pubblicato una circolare per stimolare le Rsa a riaprire alle visite dei parenti. Ma la situazione rimane difficile per tutti, per chi amministra le Rsa e ne ha responsabilità, per gli anziani e per le loro famiglie. Una situazione piena di paradossiche qui emerge chiaramente.
Per questo Alberto Mattiauda, che ha il padre in una delle rsa del territorio, ha deciso di scrivere una lettera aperta al ministro ed ai dirigenti del ministero, chiedendo un cambio di decisioni e di responsabilità per “il coraggio di riportare quel che resta della vita, e non il rischio di morte, al centro”.

 

Egregio Ministro,
Egregi Direttori,
Come molti nostri concittadini vivo quotidianamente il dramma dell’avere un parente disabile e anziano ricoverato in una struttura senza poter più rendergli visita, ed ho accolto con speranza e sollievo le indicazioni contenute nella vostra circolare del 30 novembre 2020 con oggetto: “Disposizioni per l’accesso dei visitatori a strutture residenziali socioassistenziali, sociosanitarie….”
Per la prima volta dall’inizio della pandemia, viene riconosciuto che: “L’attuazione di misure restrittive, tra cui il distanziamento fisico e le restrizioni ai contatti sociali, imposte dalle norme volte al contenimento della diffusione del contagio, ha d’altra parte determinato una riduzione dell’interazione tra gli individui e un impoverimento delle relazioni socioaffettive che, in una popolazione fragile e in larga misura cognitivamente instabile, possono favorire l’ulteriore decadimento psicoemotivo determinando poi un aumentato rischio di peggioramento di patologie di tipo organico. Inoltre, anche i familiari hanno dovuto affrontare la distanza dal proprio caro e la conseguente difficoltà ad offrire sostegno e supporto affettivo in un momento difficile come quello attuale.”
Seguono poi delle indicazioni generali per promuovere il ripristino delle visite dei parenti, che hanno per chi legge carattere perentorio: (punto 1.1) debbono essere assicurate le visite dei parenti e dei volontari per evitare le conseguenze di un troppo severo isolamento sulla salute degli ospiti delle residenze. Le visite devono essere effettuate in sicurezza tramite adeguati dispositivi di protezione e adeguate condizioni ambientali.”
Al punto 2 viene poi promosso l’utilizzo del test antigenico rapido per visitatori delle strutture, come ulteriore strumento per aumentare la sicurezza qualora venga autorizzata una visita.
Ma al punto 4 viene ribadito che le visite vanno sospese qualora sia presente anche un solo caso Covid-19 all’interno della “struttura”.
Nel caso della residenza dove è ricoverato mio padre questa è composta da diversi “nuclei” isolati tra loro per degenti con caratteristiche diverse: disabili, alzheimer, anziani non autosufficienti, etc..
Il personale “gira” sui diversi nuclei in base ai turni ed alle necessità, collegandoli in un’organizzazione molto più ampia. Il nucleo che ospita mio padre è “Covid-Free”, ma ci sono casi positivi in altri nuclei. Quindi niente visite.
La situazione in generale è densa di paradossi:
1. Avere zero casi in una RSA è difficile. Secondo le informazioni reperibili dai report dell’ISS, sono molti ed in aumento i casi positivi di persone assistite nelle RSA. Inoltre questo dipende dalla grandezza della struttura e dalla sua organizzazione, creando una disuguaglianza. I parenti che hanno i propri cari in una piccola casa di cura potrebbero vedere rispettato questo loro diritto alla visita, mentre per quelli ricoverati in grosse strutture affollate questo orizzonte si allontana vieppiù.
2. Le RSA potrebbero organizzarsi con reparti differenziati, “bolle” nelle quali gestire i malati Covid o i positivi, con personale dedicato, mantenendo l’operatività delle visite per il resto degli assistiti. Ma il personale non è sufficiente.
3. Se un assistito risulta positivo e viene messo in isolamento o in quarantena possono essere tuttavia consentite le visite “secondo la valutazione dei Direttori delle strutture e in base alle possibilità delle stesse di gestire in modo completamente autonomo le aree con pazienti COVID-19 da quelle con gli assistiti negativi”. Quindi quale delle norme è di ordine superiore e cogente sull’altra? Il DIRETTORE della struttura può comunque autorizzare le visite se è in grado di far rispettare le procedure (che sono diverse in caso di visita a persona positiva o meno) o in caso di positivo non può autorizzare nessuna visita?
4. I protocolli per la prevenzione del contagio sono efficaci? Se SI, allora è lecito pensare che, anche in caso di presenza di un caso positivo opportunamente isolato, un parente che indossa adeguati DPI e che si attiene alle procedure (e perché no dotato di responso negativo al test rapido effettuato nella stessa giornata) possa rendere visita ad un assistito non positivo riducendo il rischio di contagio per sé, per il degente e per gli operatori entro una soglia più che accettabile. Se NO, diventa difficile trovare un senso a tutto questo.

È chiaro che in questo contesto, nonostante la nuova circolare del ministero, le RSA resteranno blindate. I direttori delle RSA devono fronteggiare quotidianamente una drammatica carenza di personale, tra malattia e personale che è stato cooptato dalle asl e tolto alle RSA. Organizzare le visite richiede tempo. Per la programmazione, l’accoglienza, la vestizione ed il controllo del rispetto delle procedure.
Soprattutto, Essi sono spaventati dall’attenzione (mediatica e giudiziaria) che hanno ricevuto durante la prima ondata. Se il quadro normativo e di procedure permane quello attuale avranno l’obbligo in taluni casi, ed il legittimo interesse sempre, a rimandare l’apertura dei centri a quando sarà “passata la nottata”.
Per chi come me ha un parente allettato, piagato e ridotto a un lumicino, è un lusso che non ci si può permettere.
Noi vi ringraziamo per aver dato voce ai bisogni delle persone fragili e dimenticate e delle loro famiglie, ma vi preghiamo di fare un ulteriore sforzo per rendere effettive tali indicazioni.

Se tutti concordiamo che i benefici del contatto e dell’affetto siano superiori al nocumento dato dall’aumento controllato del rischio di contagio si deve riportare l’attenzione sulla valutazione del rischio del singolo istituto, rivedendo il parametro arbitrario di ZERO contagi in struttura, e distribuendo le responsabilità su tutti gli attori, parenti compresi.
Per cambiare le cose non bastano le intenzioni, ci vuole coraggio. Il coraggio di accettare che abbiamo tutti delle responsabilità, e cominciare a condividerle.
Il coraggio di riportare quel che resta della vita, e non il rischio di morte, al centro.

Con stima e fiducia, 
Cordialmente
Alberto Mattiauda

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